Vitamina D e prediabete: riduzione del rischio o suggestione clinica?

Articolo a cura di:
Luigi di Filippo
Institute of Endocrine
and Metabolic Sciences,
Università San Raffaele
Vita-Salute, IRCCS
Ospedale San Raffaele,
Milano

Vitamina D e prediabete: riduzione del rischio o suggestione clinica?

INTRODUZIONE

Il nostro paziente, Andrea, si concentra dunque prevalentemente sul dato dei livelli circolanti di vitamina D: «Quindi questa vitamina D bassa è un problema?». È una domanda estremamente frequente nella pratica clinica quotidiana. La vitamina D rappresenta, infatti, per molti pazienti un parametro facilmente identificabile, apparentemente correggibile con un intervento semplice e immediato. Il rischio, tuttavia, è di trasformare un singolo dato laboratoristico in una spiegazione clinica unica di un quadro metabolico in realtà più complesso. Nel paziente con obesità viscerale, sedentarietà e prediabete, infatti, l’ipovitaminosi D raramente costituisce un reperto isolato ed è spesso parte integrante di una condizione metabolica negativa più ampia.

Negli ultimi anni il rapporto tra vitamina D e metabolismo glucidico ha suscitato un crescente interesse scientifico. La vitamina D non viene più considerata esclusivamente come un regolatore dell’omeostasi calcio-fosforo e della salute scheletrica, ma come un ormone pleiotropico coinvolto in molteplici processi metabolici e immunologici. La presenza del recettore della vitamina D (VDR) e dell’enzima 1a-idrossilasi in numerosi tessuti extrascheletrici, comprese le ß-cellule pancreatiche, il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico, ha rafforzato l’ipotesi di un suo ruolo diretto nella regolazione del metabolismo glucidico e della salute metabolica generale. La vitamina D sembra influenzare direttamente la secrezione insulinica attraverso la regolazione dei flussi intracellulari di calcio nelle ß-cellule pancreatiche. Parallelamente, la vitamina D appare modulare la sensibilità periferica insulinica attraverso effetti sul tessuto muscolare e adiposo, e contribuendo a ridurre l’infiammazione cronica di basso grado tipicamente presente nei pazienti con obesità e sindrome metabolica.

L’infiammazione cronica sistemica rappresenta probabilmente uno dei principali punti di connessione tra ipovitaminosi D e le alterazioni organiche che caratterizzano la sindrome metabolica. È noto, infatti, che l’obesità viscerale determina una produzione persistente di citochine pro-infiammatorie che favoriscono insulino-resistenza e disfunzione endoteliale alla base delle complicanze micro- e macro-vascolari della malattia diabetica. È provato che la vitamina D esercita un effetto immunomodulante attraverso l’inibizione di pathway pro-infiammatori e la modulazione della funzione dei linfociti T regolatori. Sul piano epidemiologico, le evidenze accumulate negli ultimi anni sono diventate particolarmente consistenti. Un’importante metanalisi ha mostrato una correlazione inversa significativa tra livelli circolanti di 25-OH vitamina D e HOMA-IR, uno dei principali indicatori clinici e biochimici di insulino-resistenza. Altri studi longitudinali hanno evidenziato che i soggetti con concentrazioni circolanti più elevate di 25-OH vitamina D presentano un rischio significativamente inferiore di sviluppare diabete tipo 2 rispetto ai soggetti deficienti. Uno dei dati più recenti e rilevanti deriva dalla UK Biobank, che ha analizzato oltre 370.000 soggetti seguiti per circa 14 anni. I risultati hanno mostrato una relazione inversa tra le concentrazioni di vitamina D e il rischio di sviluppare diabete, sia nei soggetti con prediabete, sia nei soggetti normoglicemici. In questo contesto, il prediabete rappresenta probabilmente la fase clinicamente più interessante. Il prediabete non è semplicemente una condizione “borderline”, ma una fase biologicamente e clinicamente attiva in cui il danno metabolico è già presente, pur non essendo ancora conclamata la malattia diabetica. è proprio in questa finestra temporale che interventi preventivi mirati possono teoricamente modificare in senso positivo la storia naturale della malattia. Distinguere, però, quanto la vitamina D sia causa, conseguenza o semplice epifenomeno della disfunzione metabolica rappresenta ancora oggi uno dei principali punti di discussione. Per questo motivo gli studi interventistici randomizzati hanno assunto un ruolo centrale nel dibattito scientifico. I risultati iniziali, tuttavia, sono stati contrastanti. Alcuni trial non hanno evidenziato miglioramenti significativi di HbA1c, glicemia o insulinemia dopo supplementazione vitaminica, anche in presenza di incremento significativo dei livelli sierici di 25-OH vitamina D.

Tuttavia, un’analisi metodologica strutturale più approfondita dei trial suggerisce che il problema potrebbe non essere l’assenza di effetto biologico della supplementazione, ma piuttosto le caratteristiche della popolazione selezionata e studiata. Molti trial includevano, infatti, soggetti già con livelli di vitamina D sufficienti al baseline, popolazioni eterogenee o pazienti a basso rischio metabolico. Questo aspetto ha progressivamente portato a un cambio di paradigma nell’interpretazione clinica della supplementazione con vitamina D. Sempre più evidenze suggeriscono infatti che gli effetti metabolici della supplementazione tendano a emergere soprattutto nei soggetti realmente carenti, metabolicamente vulnerabili o ad alto rischio clinico, mentre la supplementazione indiscriminata in popolazioni già con livelli di vitamina D sufficienti difficilmente produce vantaggi clinicamente rilevanti, soprattutto se di natura extra-scheletrica.

In questo senso, i dati più interessanti provengono da tre importanti recenti trials randomizzati specificamente progettati per valutare il ruolo della vitamina D nella prevenzione del diabete in soggetti ad alto rischio con prediabete: Tromsø Study, D2d Study e DPVD Study. Pur con differenze metodologiche e terapeutiche, tutti e tre gli studi hanno mostrato una protezione significativa sul rischio di progressione a diabete nei soggetti trattati con vitamina D rispetto al placebo. II D2d Study, pubblicato sul New England Journal of Medicine, considerato globalmente, non ha raggiunto una significativa riduzione statistica dell’end-point primario, ma presentava una caratteristica metodologica particolarmente importante in quanto i partecipanti non erano selezionati sulla base di una franca carenza vitaminica e il valore medio baseline di 25-OH vitamina D era già pari a circa 28ng/mL, quindi sostanzialmente nel range di sufficienza per gran parte dei partecipanti. Le analisi secondarie e post-hoc hanno tuttavia evidenziato segnali di maggiore efficacia nei soggetti con concentrazioni baseline più basse di vitamina D, in particolare inferiori a circa 12ng/mL. Analogamente, il DPVD trial giapponese non ha mostrato una riduzione statisticamente significativa della progressione a diabete, ma le analisi post-hoc hanno evidenziato un effetto favorevole specificatamente nei soggetti con ridotta secrezione insulinica baseline, cioè nei pazienti metabolicamente più fragili e con maggiore compromissione della funzione ß-cellulare pancreatica.

Analizzando complessivamente i tre principali trial randomizzati dedicati al prediabete in una recente metanalisi, gli autori hanno dimostrato che la supplementazione con vitamina D riduceva il rischio di progressione da prediabete a diabete del 15%, aumentando contemporaneamente del 30% la probabilità di regressione verso normoglicemia. Nei soggetti che durante il follow-up raggiungevano e mantenevano concentrazioni medie durante lo studio di 25-OH vitamina D ≥50 ng/mL il rischio di progressione a diabete risultava ridotto fino al 76% rispetto ai soggetti che durante il follow-up rimanevano nel range compreso tra 20 e 29 ng/mL. Pur trattandosi di analisi esplorative e non definitive, questi risultati rafforzano il concetto secondo cui l’efficacia clinica della supplementazione con vitamina D potrebbe dipendere non solo dalla prescrizione della terapia stessa, ma anche dal raggiungimento efficace di adeguati livelli circolanti di vitamina D nei soggetti realmente deficitari o metabolicamente vulnerabili.

Per anni il prediabete è stato considerato una fase quasi inevitabilmente evolutiva verso il diabete conclamato. Oggi sappiamo, invece, che il prediabete può essere una condizione assolutamente reversibile. In tale contesto, la supplementazione con vitamina D potrebbe rappresentare non una terapia definitiva, ma un possibile elemento complementare all’interno di una strategia multifattoriale basata su perdita di peso, attività fisica e modifica dello stile di vita. Nel paziente di tutti i giorni, uno stato di ipovitaminosi D spesso rappresenta una precisa biografia metabolica caratterizzata da sedentarietà, obesità viscerale, ridotta esposizione solare, alimentazione irregolare e infiammazione cronica di basso grado. È quindi possibile che il valore vitaminico non rappresenti soltanto un marker biochimico, ma anche un indicatore biologico di vulnerabilità metabolica.

Correggere l’ipovitaminosi D

Le recenti raccomandazioni dell’Endocrine Society suggeriscono una supplementazione empirica nei soggetti con prediabete come possibile intervento aggiuntivo di prevenzione diabetica. Parallelamente, però, una recente Consensus internazionale di esperti nell’ambito degli effetti della vitamina D sottolinea come la supplementazione non debba essere proposta indiscriminatamente alla popolazione generale, ma debba essere personalizzata sulla base delle concentrazioni circolanti di 25-OH vitamina D, delle caratteristiche cliniche del paziente e del rischio metabolico individuale. In questo contesto emerge il moderno concetto di “treat-to-target”, cioè non limitarsi a prescrivere la vitamina D in modo empirico, ma correggere efficacemente l’ipovitaminosi D raggiungendo concentrazioni circolanti adeguate nei pazienti realmente deficitari o metabolicamente vulnerabili. Alla fine della visita Andrea chiede ancora: «Quindi devo prendere la vitamina D?». Nel suo caso, la risposta è sì. Andrea presenta infatti prediabete, obesità viscerale, ridotta esposizione solare e una franca carenza di vitamina D con valori pari a $14~ng/mL$. In un contesto clinico di questo tipo, la supplementazione vitaminica appare appropriata non come intervento isolato, ma come parte integrante di una strategia multifattoriale di prevenzione metabolica. Occorre però ricordare che in Italia la prescrizione a carico del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) dei farmaci a base di vitamina D è regolata dalla Nota AIFA 96, che definisce criteri di appropriatezza prescrittiva e rimborsabilità basati prevalentemente sul rischio scheletrico e fratturativo. È importante sottolineare come la Nota regolamenti la rimborsabilità della supplementazione, ma non esaurisca necessariamente tutte le possibili indicazioni cliniche alla correzione dell’ipovitaminosi D discusse dalle più recenti linee guida e consensus internazionali. La Nota utilizza specifici cut-off laboratoristici di 25-OH vitamina D per definire l’accesso alla rimborsabilità. Tuttavia, questo approccio presenta alcuni limiti ben noti nella pratica clinica quotidiana in quanto i dosaggi della 25-OH vitamina D mostrano infatti una significativa variabilità analitica e inter-laboratorio, legata a differenze metodologiche tra immunodosaggi e metodiche cromatografiche, standardizzazione non uniforme e variabilità biologica stagionale. In questo contesto, l’utilizzo rigido di soglie numeriche assolute può risultare talvolta riduttivo rispetto alla complessità clinica del paziente reale. Parallelamente, la struttura della Nota è stata costruita principalmente sulla base delle evidenze relative agli effetti scheletrici della vitamina D, mentre gli aspetti extrascheletrici, inclusi i possibili effetti metabolici nel paziente con obesità, insulino-resistenza e prediabete, rimangono ancora solo parzialmente rappresentati nei criteri regolatori di rimborsabilità. Pertanto, nel caso di Andrea, pur non rientrando verosimilmente nei criteri di rimborsabilità del SSN previsti dalla Nota AIFA 96, la presenza di franca ipovitaminosi D, obesità viscerale, prediabete e ridotta esposizione solare configura un contesto clinico nel quale la correzione della carenza vitaminica mantiene una solida razionalità biologica e clinica, soprattutto se inserita all’interno di una strategia multifattoriale di prevenzione metabolica. Infatti, anche in assenza di rimborsabilità SSN, la supplementazione con vitamina D appare comunque un intervento ragionevole da proporre al paziente, considerando i bassi costi delle formulazioni oggi disponibili, l’elevato profilo di sicurezza ai dosaggi raccomandati e il potenziale beneficio clinico suggerito dalle più recenti evidenze scientifiche nei soggetti metabolicamente vulnerabili e realmente deficitari.

CONCLUSIONI

Il punto centrale non è quindi “prescrivere vitamina D a tutti”, ma identificare i pazienti che possono realisticamente beneficiarne, definendo modalità, dosaggi e target terapeutici sulla base delle più recenti evidenze scientifiche e delle raccomandazioni delle società scientifiche internazionali. Nel caso di Andrea, correggere l’ipovitaminosi D significa inserirsi in una fase della storia naturale della malattia in cui la prevenzione è ancora possibile. Ed è probabilmente proprio questo il messaggio più importante: il prediabete non è ancora diabete, ma una finestra clinica nella quale interventi precoci e personalizzati possono ancora modificare il decorso futuro.