Articolo a cura di:
Claudio Cricelli
Direttore Responsabile
di Practice

EDITORIALE

La prospettiva del male.
Quando l’uomo diventò umano

Il dolore è la prima punizione dell’uomo.

Quando Adamo ed Eva vengono cacciati dall’Eden, il sigillo della separazione dal divino non è la morte – quella verrà dopo, come orizzonte – ma il dolore: “con dolore partorirai figli”, “con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Nel racconto delle origini, soffrire è la condizione dell’umano che si scopre finito, vulnerabile, solo. Da quel momento, il dolore accompagna l’uomo come ombra inseparabile, e cercarne il sollievo diventa uno dei gesti fondativi della medicina. Oggi, alla soglia di una transizione demografica senza precedenti, quella condizione archetipica assume dimensioni nuove. Il dolore cronico non è più solo una sfida clinica o una domanda esistenziale: è divenuto un determinante epidemiologico maggiore e un banco di prova per la sostenibilità stessa dei sistemi sanitari. La prospettiva, se non interveniamo con intelligenza, è quella del male che avanza – non più come maledizione biblica, ma come epidemia silenziosa che ridisegna il profilo della medicina del futuro.

La silenziosa epidemia

I numeri attuali sono già eloquenti. In Italia, il dolore cronico interessa circa 13 milioni di persone, con una prevalenza che supera il 25% nella popolazione adulta e raggiunge il 50-60% negli ultra-settantacinquenni. Ma questi dati, impressionanti come sono, rappresentano solo il prologo di una trasformazione epidemiologica che ridisegnerà il profilo della domanda sanitaria nei prossimi trent’anni. Le proiezioni demografiche ISTAT indicano che nel 2050 l’Italia conterà oltre 19 milioni di ultra-sessantacinquenni, pari al 35% della popolazione, con gli ultra-ottantenni che passeranno dagli attuali 4,5 a quasi 8 milioni. Non è un semplice spostamento anagrafico: è una mutazione del substrato epidemiologico su cui opera la medicina generale.

Le traiettorie convergenti

Almeno quattro grandi traiettorie epidemiologiche convergono nel fare del dolore cronico la sindrome paradigmatica della medicina del futuro. La prima è il diabete. Con una prevalenza attuale del 6-7% destinata a superare il 10% entro il 2040, la neuropatia diabetica dolorosa interesserà una quota crescente di pazienti. Oggi già il 20-25% dei diabetici sviluppa forme neuropatiche sintomatiche; in termini assoluti, parliamo di oltre un milione di persone destinate a raddoppiare. È un dolore spesso misconosciuto, attribuito all’età, normalizzato dal paziente stesso, eppure devastante per qualità del sonno, autonomia funzionale, equilibrio psichico. La seconda traiettoria è oncologica. La sopravvivenza ai tumori è in costante miglioramento: oggi oltre 3,6 milioni di italiani vivono con una diagnosi oncologica pregressa, e saranno 4,5 milioni nel 2030. Ma sopravvivere al cancro non significa necessariamente guarire dal dolore. Le neuropatie da chemioterapia, le sindromi post-chirurgiche, il dolore osseo da metastasi controllate sono condizioni croniche che accompagnano il lungo survivorship e che ricadono interamente sulla medicina territoriale. La terza è osteoarticolare. L’artrosi sintomatica interessa oggi oltre 4 milioni di italiani e rappresenta già la prima causa di disabilità nella popolazione anziana. Con l’invecchiamento demografico e l’aumento dell’obesità, le proiezioni indicano un incremento del 40% del carico di malattia osteoarticolare entro il 2050. È un dolore che limita il movimento, accelera la fragilità, alimenta la cascata della disabilità. La quarta, meno quantificabile ma non meno rilevante, riguarda il dolore senza substrato organico evidente: il disturbo da sintomi somatici, le sindromi funzionali, il dolore che esprime disagio psichico in linguaggio corporeo. In una società che invecchia ma anche che soffre di solitudine, precarietà, perdita di ruolo, questa forma di dolore è destinata a crescere, ponendo alla medicina generale domande che non si risolvono con un esame diagnostico.

Il paradosso economico

Le stime internazionali attribuiscono al dolore cronico un costo compreso tra il 3% e il 10% del PIL nei paesi ad alto reddito. Per l’Italia, questo significa un ordine di grandezza tra 50 e 150 miliardi annui, considerando costi sanitari diretti, perdita di produttività, disabilità, carico assistenziale informale. Ma il dato aggregato nasconde una verità più sottile: il dolore mal gestito costa molto più del dolore ben trattato. Il paziente con dolore cronico non adeguatamente controllato genera accessi ripetuti al pronto soccorso, ricoveri evitabili, cascate diagnostiche alla ricerca di cause sfuggenti, polifarmacoterapia irrazionale. Uno studio europeo ha stimato che i costi sanitari dei pazienti con dolore cronico sono da 2 a 5 volte superiori a quelli dei pazienti senza dolore, a parità di altre condizioni. Nel sistema sanitario italiano, già sotto pressione strutturale, la gestione appropriata del dolore cronico non è un lusso ma una necessità economica.

Il paradosso del sottotrattamento

L’epidemiologia del dolore cronico presenta un paradosso persistente: nonostante la disponibilità di opzioni terapeutiche efficaci, il sottotrattamento resta la norma. In Italia la Legge 38 del 2010 ha sancito il diritto del cittadino a non soffrire inutilmente, eppure oltre il 50% dei pazienti con dolore cronico non riceve un trattamento adeguato. Le ragioni sono molteplici: formazione insufficiente, tempo clinico compresso, frammentazione tra cure primarie e centri specialistici, ma anche fattori culturali che portano il paziente a normalizzare la sofferenza e il medico a minimizzarla. Nel paziente anziano con deterioramento cognitivo, nel soggetto con disabilità intellettiva, in chi porta barriere linguistiche, il dolore rischia di restare del tutto invisibile. Questo sottotrattamento ha conseguenze che si cumulano nel tempo. Il dolore cronico non controllato accelera il declino funzionale, compromette il sonno, alimenta depressione e isolamento, aumenta il rischio di cadute e fratture. In una popolazione che invecchia, ogni anno di dolore mal gestito è un anno di fragilità aggiuntiva che si tradurrà in maggiore dipendenza, più ricoveri, costi assistenziali crescenti.

La risposta territoriale

Di fronte a questa sfida, la tentazione è duplice e speculare. Da un lato, la delega specialistica: centri del dolore centralizzati, hub algologici cui riferire il paziente complesso. Dall’altro, la rassegnazione territoriale: la medicina generale come filtro passivo, incapace di gestire la complessità. Entrambe le risposte sono inadeguate. La prima perché i numeri la rendono impraticabile: non esisteranno mai abbastanza specialisti algologi per gestire 13 milioni di pazienti con dolore cronico, destinati a diventare 18 o 20 milioni. La seconda perché rinuncia alla vocazione stessa della medicina generale, che è medicina della persona nella sua interezza e continuità. La risposta sta in una medicina territoriale rafforzata nelle competenze, connessa nelle reti, dotata del tempo necessario per una clinica del dolore che non sia solo prescrizione ma ascolto, valutazione, rivalutazione. Gli studi di medicina generale disseminati sul territorio non sono un residuo del passato da superare con strutture centralizzate: sono la risorsa capillare su cui costruire una risposta sostenibile all’epidemia di dolore cronico. Il medico di medicina generale conosce la biografia del paziente, ne coglie i segnali non verbali, può modulare nel tempo una terapia che tenga conto dell’evoluzione clinica e delle preferenze individuali. È l’unico professionista che può garantire quella revisione periodica del trattamento antalgico senza la quale la prescrizione iniziale si cristallizza, sopravvive per inerzia, diventa parte del problema invece che della soluzione.

Ripensare la terapia: la deprescrizione come competenza

Nel paziente anziano polifarmacologico, la gestione del dolore cronico è anche, e talvolta soprattutto, gestione della terapia pregressa. La dipendenza da oppioidi in pazienti non oncologici, l’uso protratto di FANS in soggetti a rischio cardiovascolare e renale, la cascata prescrittiva che aggiunge farmaci per gestire gli effetti collaterali di altri farmaci: sono derive comuni che la medicina generale del futuro dovrà saper riconoscere e correggere. La deprescrizione ragionata non è abbandono terapeutico: è l’altra faccia di una medicina del dolore matura. Richiede tempo, relazione, competenza nel gestire l’ansia del paziente che si vede sottrarre un farmaco percepito come necessario. Ma è un investimento che produce dividendi clinici ed economici: meno eventi avversi, meno ricoveri iatrogeni, meno sofferenza paradossalmente indotta dal tentativo di alleviarla.

Guardare avanti

Quando guardiamo al 2050, vediamo un’Italia con oltre 8 milioni di ultra-ottantenni, con una prevalenza di diabete a due cifre, con milioni di sopravvissuti al cancro, con un carico di patologia osteoarticolare senza precedenti. In questa Italia, il dolore cronico sarà la condizione clinica più frequente dopo l’ipertensione, e forse più della stessa ipertensione in termini di impatto sulla qualità della vita. La domanda non è se saremo in grado di rispondere a questa sfida epidemiologica, ma come. Se avremo saputo costruire una medicina territoriale competente, connessa, capace di prossimità e di ripensamento, il dolore potrà essere gestito in modo sostenibile, preservando qualità di vita e contenendo costi. Se avremo ceduto alla frammentazione, alla delega impossibile, all’inerzia prescrittiva, il dolore non trattato sarà il moltiplicatore di ogni altra fragilità. La prospettiva del male non è un destino. È un monito e, insieme, un’opportunità. Il dolore che trattiamo oggi non è mai solo un sintomo da silenziare: è sempre, anche, una domanda di cura nel senso più pieno del termine. La risposta che sapremo dare definirà il volto della medicina italiana nei decenni a venire.

Claudio Cricelli

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